Dentro le grotte sommerse dell’atollo di Vaavu, il gruppo, formato dai cinque sub italiani, si sarebbe trovato in una delle fasi più delicate dell’immersione, a profondità elevate e in un sistema di cavità complesso. Forse per via di un disorientamento, il destino della spedizione è stato tremendo.
Le condizioni interne, con visibilità ridotta e correnti imprevedibili, avrebbero reso estremamente difficile ritrovare l’uscita.Il punto centrale dell’inchiesta riguarda la dinamica dei movimenti del gruppo. Gli esperti stanno analizzando i dati dei computer subacquei recuperati, fondamentali per capire tempi, profondità e consumi d’aria.
Da questi strumenti potrebbe emergere la sequenza esatta degli eventi e chiarire se il gruppo abbia tentato una risalita o se sia rimasto intrappolato in una delle camere della grotta. Un elemento importante riguarda anche la possibile assenza di strumenti di sicurezza avanzati, come il cosiddetto filo guida, utilizzato per ritrovare la via d’uscita in ambienti chiusi.

Eppure c’è un dettaglio che, tra tutti, sta attirando l’ attenzione di chi si sta occupando del caso, in modo da ricostruire che cosa abbia comportato il decesso dei cinque sub italiani…. dettaglio che, se provato, potrebbe segnare un cambiamento importante nel caso .
Esso riguarda l’abbigliamento tecnico. Fonti maldiviane hanno riferito che la professoressa Monica Montefalcone indossava una tuta corta, e proprio questo elemento, valutato con molta attenzione, porta gli inquirenti a porsi delle domande sulla preparazione e sull’equipaggiamento utilizzato in un contesto di immersione in grotta a profondità elevate.
Per il momento, in attesa che l’esame autoptico faccia chiarezza, le ipotesi al vaglio restano molteplici e, ad oggi, la più accreditata, come vi abbiamo già anticipato, è quella di un possibile disorientamento all’interno della grotta, dove la mancanza di visibilità e la complessità del percorso avrebbero potuto portare il gruppo in un tratto senza uscita.