Completamente da sola. Era intelligente, dolce e bellissima. Tutti dicevano che aveva un grande futuro. E sembrava proprio che lo avesse.
A ventun anni, incontrò Kang Jun, un uomo coreano di quasi vent’anni più grande di lei. Io mi opposi, non per pregiudizio, ma per la differenza d’età e la distanza. Ma mia figlia era testarda. C’era una determinazione nei suoi occhi che non potevo cambiare.
Si sposarono con una cerimonia semplice. Un mese dopo, lei partì con lui per la Corea del Sud. All’aeroporto mi abbracciò e pianse. Piangevo anch’io, ma in silenzio. Pensavo che sarebbe tornata dopo qualche anno. Non lo fece mai. Passò un anno. Poi due. Poi cinque. Smisi di chiedere. Continuavano ad arrivare solo i soldi: ogni anno, esattamente ottantamila dollari, con un breve messaggio: “Mamma, prenditi cura di te. Io sto bene”. Quella parola, “bene”, era ciò che mi preoccupava di più. Ci sentimmo in videochiamata una volta. Era ancora bellissima, ma i suoi occhi non erano più gli stessi. Sempre di fretta. Sempre distanti. Le chiesi perché non tornasse a casa. Rimase in silenzio, poi disse: “Sono molto impegnata, mamma”. Non glielo chiesi più. A volte, le madri diventano codarde per paura di sentire la verità.